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10/02/2016

Sulla casa all'estero l'Ivie sostituisce l'Irpef

Anche per l’Ivie rispetto all’Irpef vale lo stesso effetto sostitutivo applicato in Italia con l’Imu. Ma non sempre. Com’è noto l’Ivie è l’Imposta sul valore degli immobili posseduti all’estero dai cittadini fiscalmente residenti in Italia, introdotta a partire dal 2012 dal governo Monti (in origine avrebbe dovuto essere applicata dal 2011, ma gli acconti versati per quell’anno sono stati poi utilizzati come anticipo sul 2012). La tassa, che prevede un’aliquota del 7,6 per mille per i terreni e i fabbricati “a qualunque uso destinati”, convertita in un 4 per mille per le abitazioni principali, è dovuta “in proporzione alla quota di proprietà o di altro diritto reale e ai mesi dell’anno nei quali si è protratto tale diritto”. Soggetti alla tassa sono “le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta (e cioè 183 giorni all’anno, 184 negli anni bisestili, ndr) sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”.

Un dubbio col quale molte volte i contribuenti si sono confrontati riguarda la base imponibile su cui calcolare l’importo dovuto. Su questo punto va fatto un distinguo sostanziale. Difatti, normalmente, il valore di riferimento è costituito dal costo risultante dall’atto di acquisto, e in alternativa, qualora il dato non fosse disponibile, dal valore di mercato rilevabile nel luogo in cui si trova l’immobile. C’è poi da considerare l’ipotesi degli immobili non acquistati, bensì direttamente costruiti dai possessori. In quei casi, allora, la base imponibile sarà costituita dal costo complessivo di costruzione. Ora, in deroga a questi principi generali, la regola standard per gli immobili situati nei Paesi appartenenti all’Unione Europea (UE) e allo Spazio Economico Europeo (SEE), stabilisce che la base imponibile da considerare sarà il valore catastale, oppure, in mancanza di quest'ultimo, il costo d’acquisto o il valore di mercato allo scadere del periodo d’imposta.

Oltretutto, a differenza dell’Imu, l’Ivie non è dovuta se l’importo complessivo della tassa – a prescindere dalla quota o dal periodo di possesso – è pari o inferiore ai 200 euro. Se invece l’imposta complessiva risultasse superiore ai 200 euro, a quel punto andrebbe modulata in proporzione alle variabili della quota e del periodo di possesso. C’è poi un secondo aspetto decisivo: vale a dire il credito d’imposta cui si ha diritto per le tasse patrimoniali eventualmente pagate nello Stato estero dove si trova la casa. Dall’imposta italiana, infatti, va detratto l’importo già versato all’estero facendo comunque attenzione a non confondere l’esenzione dei 200 euro con l’eventuale differenza fra il credito d’imposta maturato e la tassa italiana. Cosa vuol dire questo? Immaginando che all’estero un contribuente abbia già pagato 600 euro di tassa patrimoniale (che sarà quindi il credito) e che in Italia l’Ivie ammonti a 800 o 700 euro, questo contribuente sarà comunque tenuto a pagare in Italia i 100 o 200 euro eccedenti l’imposta estera. L’esenzione fino a 200 euro, quindi, è da considerare esclusivamente in relazione all’importo risultante “alla radice”, vale a dire sulla base del calcolo vero e proprio dell’imposta italiana, che per non essere pagata dovrebbe appunto risultare pari o inferiore a 200 euro.

Altro capitolo è quello accennato in apertura: l’effetto sostitutivo Ivie/Irpef. L’Ivie sostanzialmente è stata equiparata all’Imu, e di conseguenza i suoi effetti sono analoghi a quelli dell’Imposta municipale unica, laddove prevedono la non imponibilità ai fini Irpef dell’immobile già soggetto a Ivie. Ad ogni modo questa regola non è sempre valida. Per capirlo facciamo un rapido riferimento al secondo comma dell’articolo 70 del Tuir, in base al quale, ricorda la Circolare 13/E del 2013, “i redditi dei terreni e dei fabbricati situati all’estero concorrono alla formazione del reddito complessivo nell’ammontare risultante dalla valutazione effettuata nello Stato estero, mentre quelli relativi ai fabbricati non soggetti ad imposte sui redditi nello Stato estero concorrono a formare il reddito complessivo per l’ammontare percepito nel periodo di imposta, ridotto del 15 per cento a titolo di deduzione forfetaria delle spese”.

Ebbene, questo assunto è in parte tramontato con l’arrivo dell’Ivie di Monti (articolo 19 del Dl 201/2011, cosiddetto “Salva Italia”) vista appunto la non imponibilità ai fini dell’Irpef degli immobili esteri a disposizione e di quelli adibiti ad abitazione principale (queste ultime solo nel caso dei contribuenti che lavorano all’estero per conto dello Stato italiano o alle dipendenze di organizzazioni internazionali cui l’Italia aderisce). È in pratica l’effetto sostitutivo di cui parlavamo, valido a partire dal 2012. Esattamente come avviene con l’Imu, le abitazioni principali o a disposizione situate all’estero che già pagano l’Ivie, sono dispensate dal versare l’Irpef in Italia. La stessa cosa però non può valere per gli immobili affittati, che in ogni caso in Italia sono assoggettati a tassazione Irpef. A tal riguardo va comunque distinta la situazione degli immobili tassati e non tassati nello Stato estero. Se infatti l’immobile locato non è soggetto a tassazione nello Stato estero, in Italia l’Irpef sarà applicata sul canone d’affitto annuo decurtato del 15%; se invece l’immobile è soggetto a tassazione, il possessore dovrà indicare il canone annuo già dichiarato all’estero, ma al netto delle eventuali spese ivi riconosciute, ben inteso che deve comunque trattarsi di “spese strettamente inerenti l’immobile e non di deduzioni di carattere generale”.


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