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News
16/11/2018

Il convivente superstite resta fuori dalla successione

Il convivente, che per diritto personale di godimento, resta ad abitare nell’immobile intestato in vita al soggetto defunto, non deve essere inserito nella dichiarazione di successione. È quanto sostiene l’Agenzia delle Entrate in una recente risposta ad un interpello dello scorso ottobre. La questione verte dunque sul diritto di abitazione del convivente superstite ed il relativo inserimento nella dichiarazione di successione da parte degli eredi (Risposta n. 37 del 12 ottobre 2018).

Qual è il punto? Ad aver presentato l’interpello è stata la sorella del de cuius, il quale non aveva figli e dimorava (dal 2008) con la convivente in un’abitazione a lui interamente intestata. Dall’istanza, per altro, emerge che la convivente, pur avendo ininterrottamente dal 2008 stabilito il proprio domicilio effettivo (cioè fisico) presso l’abitazione del defunto, aveva comunque mantenuto la residenza anagrafica in un altro Comune.

Di qui i dubbi posti dall’istante ai tecnici dell’amministrazione finanziaria. Ovvero: sussiste o no il diritto di abitazione per la convivente del fratello, dal momento che lei non aveva stabilito la residenza anagrafica nella casa dove in effetti si svolgeva la convivenza? E poi: laddove questo diritto le spettasse, può la convivente essere inserita nella dichiarazione di successione?

La ragione della domanda è evidente: l’inserimento della convivente superstite in dichiarazione, comporterebbe anche per lei l’assoggettamento alle imposte di successione, con conseguente vantaggio fiscale per gli altri eredi. A tal riguardo l’analisi dell’Agenzia delle Entrate richiama per prima cosa la Legge 76 del 20 maggio 2016, per l’esattezza il punto in cui stabilisce che, ai fini dell’accertamento dell’esistenza di una stabile convivenza, occorre fare riferimento alla dichiarazione anagrafica.

È pur vero però, come la stessa Agenzia ha anche ricordato nell’interpello, che secondo un’interpretazione sulle detrazioni per interventi di ristrutturazione, l’esistenza della famiglia anagrafica può risultare non solo dai registri anagrafici, ma anche da un’apposita autocertificazione. Quindi, nel caso in esame, pur mancando la registrazione della convivente superstite nei registri anagrafici del Comune, lo status della convivenza può comunque essere riconosciuto sulla base di un’autocertificazione.

Ciò significa che per quanto concerne la sussistenza o meno del diritto di abitazione in capo al convivente superstite – primo dei due quesiti posti dall’istante – secondo l’Agenzia delle Entrate, stando sempre a quanto disposto dalla 76/2016, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente può continuare ad abitarci “per un lasso di tempo ragionevolmente sufficiente a consentite al convivente superstite di provvedere in altro modo a soddisfare l’esigenza abitativa”. In buona sostanza viene riconosciuto, anche se limitatamente nel tempo, il diritto ad abitare nella casa.

Al tempo stesso però – e veniamo così al secondo dubbio posto dall’istante – un siffatto diritto, trattandosi di un diritto personale di godimento, acquisito dal convivente in virtù di un titolo giuridico che gli viene dalla comunanza di vita, non fa assumere alla convivente la qualifica di legataria dell’immobile, in quanto manca in tal senso una specifica disposizione testamentaria del defunto.

Morale: il diritto di abitazione della convivente, pur esistente, non comporta la sua inclusione in dichiarazione di successione. Si tratta, infatti, come detto, di un diritto personale di godimento attribuito ad un soggetto che tuttavia non figura né come erede, né come legatario.

Luca Napolitano

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