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10/05/2018

Detrazione affitto non cumulabile col contributo

Il contributo affitti sbarra la strada alla detrazione sul canone annuo. Lo dice a chiare lettere l’Agenzia delle Entrate nella guida al Modello 730. La doppia presenza del contributo prima e del successivo sconto sull’imposta in fase dichiarativa non è dunque ammessa. È in fondo lo stesso identico principio che stabilisce l’incumulabilità del contributo sull’asilo nido e della detrazione sulla frequenza del nido stesso. “La detrazione – scrive l’Agenzia – è incompatibile con il contributo fondo affitti e più in generale con qualsiasi contributo che sollevi il contribuente dell’effettivo carico del canone”. In pratica, ci stanno dicendo, se si gode di un beneficio a priori, non se ne può chiedere un altro dopo, detraendo una spesa che di fatto non si è sostenuta, o per lo meno non tutta.

Altra questione con la quale in molti si stanno scontrando è quella degli alloggi sociali. Sono infatti frequenti le richieste da parte degli inquilini di case popolari che domandano se sia ancora possibile detrarre quel tipo di affitto. Purtroppo la risposta è no, a meno che il contratto – cosa poco probabile – non sia stato registrato ai sensi della Legge 431/98. Il fatto è che dopo il triennio 2014-2016, durante il quale gli alloggi sociali sono stati aggiunti al “menu” delle abitazioni affittate detraibili, tale beneficio non è stato prorogato, quindi le dichiarazioni del 2018 (redditi 2017) sono le prime in cui si sta tornando a non poter più detrarre le locazioni degli alloggi sociali. Unica àncora di salvezza, come accennavamo, è aver registrato l’affitto ai sensi della norma “principe” 431/98, il che permetterebbe di aggirare l’ostacolo della mancata proroga facendo rientrare la spesa in una delle categorie “classiche” che normano la detrazione sugli affitti.

Detrazione per cui è necessaria la residenza stabilita nell’immobile locato. È questo il requisito fondamentale, oltre ovviamente alla titolarità del contratto; dopodiché vengono gli altri, che però cambiano a seconda della tipologia di sgravio nella quale ci si colloca. In buona sostanza ci sono due detrazioni standard abbinate ai contratti 4+4 o 3+2. Nel primo caso spetta una detrazione pari a 300 euro se il reddito complessivo non supera la soglia di 15.493,71 euro, oppure a 150 euro se il reddito complessivo è superiore a 15.493,71 euro, ma non alla soglia di 30.987,41 euro; nel secondo caso spetta invece una detrazione di 495,80 euro, se il reddito complessivo non supera la soglia di 15.493,71 euro, oppure di 247,90 euro, se il reddito complessivo è superiore a 15.493,71 euro, ma non alla soglia di 30.987,41 euro.

C’è poi la casistica dei giovani che vivono in affitto, che però non è quella degli universitari fuori sede, perché per quella vi è un’altra detrazione ancora. Rientrano in questo beneficio i soggetti compresi tra i 20 e i 30 anni, per i quali spetta (per i primi tre anni di canone) una detrazione fissa di 991,60 euro, a patto però che il reddito complessivo non sia superiore a 15.493,71 euro. Francamente non si comprende perché la fascia d’età agevolata vada dai 20 ai 30 anziché, al limite, dai 18 ai 30, cioè a partire dalla maggiore età, quando è possibile che un giovane appena maggiorenne decida di staccarsi dal nucleo per vivere in affitto per conto proprio.

Dicevamo poi dei fuori sede. La legge comprende infatti la casistica dei contratti di locazione stipulati dagli studenti universitari che frequentano atenei situati in Comuni diversi da quello di residenza. La detrazione, in tal caso, spetta nella misura del 19% ed è calcolabile su un importo non superiore a 2.633 euro. La condizione, però, e che gli immobili oggetto di locazione siano situati nello stesso Comune in cui ha sede l’università o in comuni limitrofi. Essi inoltre devono essere distanti almeno 100 Km dal Comune di residenza, che diventano 50 nel caso di provenienza da aree montane o disagiate.

Come ultima categoria agevolata abbiamo infine le persone trasferite per lavoro. A vantaggio di questi contribuenti, infatti, è prevista – per i primi tre anni – una detrazione di 991,60 euro se il reddito complessivo non supera i 15.493,71 euro, oppure di 495,80 euro se il reddito complessivo è compreso tra i 15.493,72 e i 30.987,41 euro, a condizione però che:

  • il lavoratore abbia trasferito la propria residenza nel comune di lavoro o in un comune limitrofo
  • il nuovo comune si trovi ad almeno 100 chilometri di distanza dal precedente e comunque al di fuori della propria regione
  • la residenza nel nuovo comune sia stata trasferita da non più di tre anni dalla richiesta della detrazione.

Luca Napolitano

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